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Edmond Joyeusaz: “Vi racconto il mio Everest”

L’alpinista, ospite in Alba Leasing, incanta e appassiona con il cortometraggio che documenta la recente spedizione sull’Himalaya finalizzata al’impresa, mai riuscita, di scendere con gli sci lungo l’Hornbein Couloir

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15 Novembre 2019

Sono immagini emozionanti quelle che sono state proiettate martedì scorso nella sede di Alba Leasing. Immagini di vette innevate, le più alte del mondo, di sogni e passioni, di sfide dell’uomo portate all’estremo, di una fortissima relazione con la Natura.

Edmond Joyeusaz, guida alpina e maestro di sci di Courmayeur, la scorsa primavera ha tentato un’impresa unica nella storia dell’alpinismo e dello sci alpino, la scalata dello sperone Nord dell’Everest dal ghiacciaio di Rongbuk e la ridiscesa dalla cima con gli sci dell’Hornbein Couloir, un impressionante canale di rocce e ghiaccio di 3000 metri di dislivello che si trova sul versante tibetano.

Oggi la spedizione è diventata un interessante documentario, che prende il nome dall’impresa, Everest Eco Ski Adventure 2019, un cortometraggio di 37 minuti in cui Edmond racconta in presa diretta l’esperienza vissuta.

 

 

Una sfida che mette l’uomo a stretto contatto con i propri limiti, con le leggi della Natura e del clima. Sono state proprio le condizioni atmosferiche che, dopo 20 giorni di vento fortissimo, hanno reso impossibile portare a termine l’impresa così com’era stata concepita, spazzando via la neve e lasciando solo ghiaccio vivo.

E così, se pur con la delusione per l’obiettivo mancato, resta la gratificazione per il grande impegno investito nel progetto. Un progetto che nasce con una filosofia diversa rispetto al passato, il desiderio di investire, in modo concreto, in iniziative sociali ed ambientali; iniziative per le quali noi di Alba Leasing siamo fieri di essere stati partner.

“In primo luogo - ha raccontato Edmond Joyeusaz – abbiamo portato avanti iniziative rivolte all’infanzia, collaborando con orfanotrofi di Kathmandu, dove esistono situazioni difficilissime a causa della piaga dei bambini abbandonati. Abbiamo offerto la possibilità di costruire bagni e docce in cui lavarsi, perché è inconcepibile che i bambini vengano lavati all’esterno nei cortili. Le attività sono già iniziate e proseguiranno nei prossimi 5 anni”.

Vi è poi stata una valenza ambientale, legata ai rifiuti in alta quota, che affliggono le vette da più di un ventennio. Il Nepal è uno dei paesi più poveri del mondo e il percorso che porta al campo base avanzato è disseminato di rifiuti.

“Rispetto a 20 anni fa - ha spiegato - la situazione è notevolmente migliorata: al campo base due volte la settimana passa il camion a ritirare i rifiuti, inoltre viene effettuata la raccolta differenziata dell’immondizia. Ma fuori dai circuiti più ‘turistici’, dove c’è un’attenzione maggiore rispetto ad altre zone del Tibet e del Nepal, il problema persiste ed è molto sentito. Noi abbiamo pulito la zona intorno al campo base, nel cerchio più lontano, nella salita e nella discesa; addirittura abbiamo portato via un pannello per l’energia solare lasciato dalle Olimpiadi 2008”.

Edmond Joyeusaz ha poi raccontato i vari step da affrontare per la salita: la spedizione si svolge per gradi, per permettere al corpo di adeguarsi e acclimatarsi. “È fondamentale prepararsi adeguatamente alla vita in quota: non bisogna arrivare troppo allenati, oltre il proprio limite, né totalmente senza grassi, perché senza grassi da bruciare il fisico si attacca ai muscoli. Per cui è necessario essere allenati senza oltrepassare il proprio limite, altrimenti si rischia di perdere le forze”.

In totale, il tempo necessario alla spedizione è di circa due mesi, di cui 20 giorni servono per l’acclimatamento. Per salire ancora, è poi necessario aspettare le condizioni climatiche favorevoli: rimane quindi una settimana di tempo utile per salire in vetta.

La prima tappa è il campo base a quota 5250 mt, a cui si arriva oramai con strada asfaltata. Ai piedi del ghiacciaio vengono posizionati i campi base di ogni spedizione, che per 2 mesi diventano la casa degli alpinisti, con tende-cucine e tende-mensa.

Da qui partono 22 km di camminata lungo il ghiacciaio di sinistra, per arrivare al campo base avanzato che si trova 1000 mt più in alto. I primi giorni il corpo fa molta fatica: bisogna dare tempo al fisico di abituarsi alla quota, di aumentare i globuli rossi e man mano acclimatarsi. Poi diventa tutto più facile.

A seguire si raggiungono i campi in quota, a 7500 mt di altezza.

Edmond ha raccontato alla platea come sia diverso il versante cinese da quello nepalese: i cinesi hanno fatto operazioni economicamente importantissime, con campi attrezzati che vengono affittati a migliaia di dollari. Quest’estate sul lato cinese c’erano 100 alpinisti ad aspettare di salire, mentre sul lato nepalese erano 600 (di solito sono 400) perché questo era l’ultimo anno in cui si potevano utilizzare i permessi che non erano stati sfruttati negli anni del terremoto.

Purtroppo, il tema delle code in quota è di difficile soluzione, perché per aspettare che si verifichino tutte le condizioni favorevoli resta una sola settimana di tempo utile per salire, e inevitabilmente c’è la fila, trovandosi tutti concentrati nella stesso momento.

“In questa spedizione – continua Edmond Joyeusaz - abbiamo avuto dei grossi problemi di vento, che ha strappato 150 tende sul lato nepalese e ci ha costretto a restare chiusi in tenda per molto tempo.

Avevo già provato a scendere con gli sci l’Hornbein Couloir nel 2010 ma fui fermato dalle valanghe. Per questo motivo avevo deciso quest’anno di riprovarci in primavera, ma di contro, ci siamo trovati senza neve, spazzata via dal vento. Ho deciso di rinunciare, anche perché in una discesa del genere sei solo, nessuno può aiutarti né salvarti. Scendere senza che vi siano le condizioni adatte non ha senso.

La vita è bella: è bello fare grandi cose, ma è bello tornare a casa”.

Con queste parole Edmond Joyeusaz ha chiuso il suo incontro, lasciandoci nel cuore immagini bellissime e il sogno di un progetto davvero unico e importante.



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